Nel linguaggio della finanza, il capitale iniziale necessario all’avvio di una nuova impresa va sotto il nome di “love capital”. Tre elementi lo compongono: Friends, Family e Fools, che uniti formano la base di partenza di ogni nuovo progetto: come a dire che senza legami e un po’ di pazzia non si va da nessuna parte.
È proprio questo “capitale dell’amore” a dare il nome alla prima personale di Monica Stambrini, che alla pittura si è avvicinata solo qualche anno fa, da autodidatta e in uno dei migliori modi possibili: per il gusto e la voglia di farlo.
Monica Stambrini è nata in California, ha studiato a Milano, abita a Roma e di mestiere fa la regista. Documentari, film porno, film per la tv, videoclip, ritratti d’artista: nessuno dei suoi film somiglia all’altro, a legarli è la curiosità e l’intelligenza dello sguardo. Lei racconta che a lungo si è identificata col proprio mestiere. Lo dice al passato, non certo perché non abbia più voglia di fare il cinema. Piuttosto, verrebbe da dire, perché da qualche tempo ha iniziato a dipingere.
“Smetti di riprendere, mamma!”, le diceva uno dei suoi figli all’inizio di Chutzpah: qualcosa sul pudore, documentario autobiografico uscito nel 2023.
E lei, in un modo tutto suo, gli ha dato retta. Senza allontanarsi di un millimetro dal cinema, ma aprendosi, appunto, alla pittura: spazio privato di contemplazione e ricerca, in grado di accogliere intuizioni, ambiguità, tempi lunghi che il cinema per sua stessa natura difficilmente consente.
I suoi Friends & Family sono accurate istantanee di presenze – figli, amici, amanti, spazi urbani e dettagli domestici, persone care o sconosciuti degni di nota – ritratti e scorci pastosi e pieni di luce, carichi dell’energia degli inizi e vibranti per l’intensità dei gesti a lungo desiderati.
“Io non so se esista il presente, per questo mi documento”, ha detto una volta Domenico Gnoli, e proprio questo sembrano fare, questi dipinti: indagano legami, interrogano espressioni, dettagliano corpi, registrano ambienti. Lo fanno con l’eleganza di chi sa bene che le domande dirette non funzionano mai, con l’audacia dei cammini intrapresi non per caso, ma per destino.
Chiedono a un davanzale di città di dirci la sua su cosa sia un’amicizia, a una mucca spiaggiata di mostrarci la via per la saggezza, a un’amica a cavalcioni su una trapunta a fiori di chiarirci che la leggerezza è sempre e soltanto una conquista.
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Dove va la giovinezza quando scende la notte e la luce non infuoca più il vulcano? Cosa sa di noi quell’antica bambina annoiata sul divano? E quell’uomo sdraiato a letto, di cui ancora oggi ci sembra di ricordare l’odore? E ancora eccola, la donna seduta a un tavolo rotondo, le dita che affondano in una fleshlight, lo sguardo terso di una ragazza di Donghi, la stam-pella discreta posata lì accanto: qual è la confessione che ha da farci, e quante promesse ci strapperà in cambio?
Non so se i dipinti di Monica Stambrini somiglino ai suoi film. Di certo somigliano a lei. Sono intensi e ironici, in ascolto del prossimo e lontani da ogni conformismo. Ognuno rincorre una domanda, interroga un’intimità. Affonda a piene mani nella vita e insieme ne onora il mistero. Non ha tempo per la malinconia, né paura di essere frainteso: sa benissimo che certe solitudini non sono altro che una necessaria forma di entusiasmo.